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E se l’altro se ne va, cosa succede?


Nel gioco dei bambini, l’altro non è un problema da gestire. 
Non è qualcuno da capire, convincere o migliorare. 
È semplicemente lì: una presenza viva accanto a sé.
Il bambino non si chiede chi è rispetto all’altro. 
Gioca con l’altro, non in funzione dell’altro. 
Se l’altro cambia idea, il gioco cambia. 
Se l’altro se ne va, il gioco si ferma o si trasforma. 
C’è realtà.
E, cosa fondamentale, non c’è giudizio su di sé se il gioco cambia. 
Non si sente in difetto né giudicato perché qualcosa prende una nuova direzione. 
L’esperienza viene vissuta così com’è.
In questo senso, l’altro è uno specchio naturale
Non perché giudichi, ma perché rende visibile ciò che accade. 
Il bambino non usa l’altro per definirsi. 
Non lo usa per sentirsi giusto o sbagliato
Lo incontra. 
Vive l’esperienza dell’incontro, senza strategie.
Nelle relazioni adulte, invece, spesso l’altro diventa qualcuno da interpretare, trattenere, convincere. 
E quasi sempre arriva anche il giudizio su noi stessi.
Tornare a giocare insieme non significa essere infantili
Significa recuperare una relazione in cui l’altro non è un ostacolo, non è uno specchio morale, non è un progetto da aggiustare. 
È una presenza viva, come te.
E quando l’altro può essere semplicemente lì, anche tu puoi esserlo. 
E puoi lasciare andare il giudizio su di te, qualunque direzione prenda il gioco.

Nelle tue relazioni, quando il "gioco" cambia, riesci a non giudicarti ed a non giudicare?


E se stessi tenendo un pezzo che non serve più a ciò che stai costruendo adesso?

 

Non tutto ciò che abita la tua esistenza pulsa davvero insieme a te. 

Alcuni frammenti rimangono, silenziosi, semplicemente perché sono lì da tempo: abitudini, sogni ormai lontani, oggetti, relazioni che si sono fatte opache. 

Li lasci dove sono, forse per paura di ciò che resta quando li lasci andare, forse perché il vuoto spaventa più della consuetudine

Ma lasciar andare richiede il coraggio di guardarsi dentro davvero.

Notarlo, però, non è una colpa. 

È un gesto di profonda cura verso te stesso. 

È posare lo sguardo sulle cose, sulle persone, sui pensieri e domandarsi: mi risuonano ancora dentro? 

Mi accendono davvero?

Come in un gioco, scegli i pezzi senza pensarci troppo. 

Non serve portare tutto con te: trattieni ciò che ti nutre adesso, ciò che ha senso nel presente. 

Scegliere, nella vita, non è uno strappo, non è privarsi a forza. 

È ascoltare con sincerità, sentire cosa vibra ancora, e lasciare che il resto si accomodi in disparte, fuori dal centro della scena.

Non è necessario decidere tutto subito. 

Basta avere il coraggio di vedere. 

Perché a volte, vedere davvero è già scegliere. 

In questo momento della tua vita, cosa trattieni solo per abitudine? 

E cosa, invece, ti fa sentire ancora vivo quando lo guardi davvero?

Marna - Il Caoch del Centro

E se costruire non significasse arrivare da qualche parte?

 

Ogni gesto, se vissuto davvero, è già compiuto.

Può accadere che crediamo che il valore stia nel traguardo, che il fare serva a finire, che muoversi abbia senso solo se porta a una meta.
Così impariamo a costruire solo ciò che può essere concluso.

Ma nel gioco la costruzione era un’esperienza che prendeva forma mentre accadeva.
Era reale nel momento in cui si viveva, non solo quando si chiudeva.

Quando creiamo senza orientarci al risultato, l’urgenza della meta si allenta.
La mente smette di anticipare e di giudicare.
Resta il gesto.
Resta la presenza.

In quel gesto non c’è qualcosa da ottenere, ma qualcosa da abitare.
Costruire, creare, diventa un modo di essere, un atto di ascolto e di consapevolezza.

Non perché porti da qualche parte, ma perché ci riporta qui.

Nel tuo modo di costruire — progetti, relazioni, giornate — quanto spazio c’è per l’esperienza mentre accade, prima che per il risultato?

Marina - Il Coach del Centro

E se ciò che chiami errore fosse soltanto un movimento?

 

Nel gioco non esistono errori.
Esistono movimenti.
Un pezzo che non si incastra non è un fallimento.
È un invito a spostarlo, a guardarlo da un’altra prospettiva, a lasciarlo lì per un attimo.
Nel gioco delle costruzioni da bambini costruivamo, smontavamo, ricominciavamo, senza giudicarci.
Come nel gioco, anche nella vita tutto si apre quando lasci andare il giudizio e accogli ciò che accade.
Gran parte della sofferenza non nasce da ciò che succede,
ma dal commento immediato che aggiungiamo:
— avrei dovuto,
— non doveva andare così,
— ho sbagliato.
In quell’istante non siamo più nell’esperienza.
Siamo nel suo rifiuto.
L’arte di permettere
Nel coaching, accettare non significa giustificare né migliorare.
Significa non opporsi a ciò che è già accaduto.
L’accettazione non è una resa.
È un atto di presenza.
Quando smetti di combattere l’esperienza,
l’energia che prima serviva a resistere
ritorna disponibile per sentire, comprendere, muoversi.
Ogni esperienza ha valore perché è stata vissuta.
Non perché sia stata giusta,
ma perché è reale.


Dove sei quando vivi ciò che stai vivendo?


La presenza è la capacità di essere interamente coinvolti nell’esperienza che stiamo vivendo.
Non è concentrazione forzata, né controllo della mente.
È il momento in cui smettiamo di stare un passo fuori da ciò che accade.
La presenza è il terreno su cui tutto diventa possibile: ascolto, contatto, scelta.
Non perché produca risultati, ma perché rende l’esperienza reale.
La presenza non si allena come una competenza.
Non si conquista con lo sforzo.
Si permette, quando smettiamo di allontanarci da ciò che stiamo vivendo.
Spesso viviamo a distanza.
Facciamo le cose mentre pensiamo a quelle dopo.
Siamo nel gesto, ma non siamo lì.
Accade allora qualcosa di sottile:
la vita continua a scorrere, ma senza essere pienamente abitata.
A volte basta poco per accorgersene.
Un momento di gioco, un gesto semplice, un’azione fatta senza anticiparne il senso.
Non perché quel gesto sia speciale, ma perché ci riporta qui.
La presenza non cambia ciò che fai.
Cambia da dove lo fai.
E quando questo accade, anche l’azione più ordinaria smette di essere eseguita e torna a essere vissuta.
Qui. Adesso.
La presenza non elimina i pensieri.
Non cancella le responsabilità.
Non promette una vita diversa.
Riporta l’esperienza a casa.
Quando sei presente, non fai di più.
Fai ciò che stai facendo, interamente.
E questo, spesso, è sufficiente.



Stai seguendo istruzioni, o stai creando liberamente da dove sei adesso?

Stai seguendo istruzioni che ti hanno dato, o no?

Fare attenzione al motivo reale per cui stai facendo qualcosa significa interrompere l’automatismo.

La maggior parte delle azioni quotidiane non nasce da una scelta presente, ma da una continuità:
si fanno perché si sono sempre fatte,
perché “così si fa”,
perché funzionano,
perché tengono insieme l’immagine di chi crediamo di essere.

La domanda “Stai seguendo istruzioni, o stai creando liberamente da dove sei adesso?”
non serve a cambiare ciò che fai.
Serve a spostare il punto da cui lo fai.

A volte scopri che un gesto nasce dal bisogno di riempire, di controllare, di evitare il silenzio.
Altre volte senti che stai agendo senza istruzioni preimposte, per il semplice piacere di essere presente.
Non c’è nulla da correggere in nessuno dei due casi.

La differenza non è morale.
È percettiva.

Accorgerti del motivo reale non ti chiede di smettere.
Ti chiede di esserci mentre lo fai.

In quel momento, anche l’azione più abituale smette di essere un’istruzione eseguita
e diventa un gesto consapevole del perché esiste.
Non perché cambia la forma,
ma perché cambia la presenza.

Questo è il senso:
non scegliere diversamente,
ma sapere da dove stai scegliendo.

Quando questo accade, qualcosa si riallinea.
Non fuori.
Dentro.

E il cammino, senza che tu lo abbia deciso, ricomincia da qui.

Qui, adesso: stai eseguendo o stai creando?

Marina - Il Coach del Centro



Costruire l’istante — come quando eravamo bambini



C’era un tempo in cui tutto accadeva adesso. 

Non costruivamo per arrivare da qualche parte, ma per il puro piacere di tenere qualcosa tra le mani. 

La realtà non doveva essere migliorata né superata: la si lasciava incontrare, toccare, abitare. 

Bastava un mattoncino, una scatola colorata, un oggetto qualsiasi, e il mondo prendeva forma in quell’istante stesso. 

Un castello nasceva senza progetto, una nave esisteva semplicemente perché era lì, una creatura appariva perché le nostre mani la stavano creando. 

Non c’era attesa, non c’era dopo. Solo il gesto, il respiro, la presenza

Non ci fermavamo a chiederci se fosse giusto o sbagliato. 

Non cercavamo conferme, non anticipavamo il giudizio. 

Se le costruzioni cadevano, restavano comunque parte del momento. 

Se i colori stonavano, erano solo quelli che c’erano. 

Non esisteva l’errore, perché nulla doveva dimostrare qualcosa. 

In quel gioco eravamo presenti, interamente lì, senza distanza da noi stessi. 

Poi, abbiamo iniziato a vivere altrove: nel prima o nel dopo, nel “dovrei” o nel “sarò”. 

Abbiamo imparato a pensare più di quanto sentissimo, a misurare più di quanto abitassimo. 

La vita è diventata qualcosa da gestire, non da incontrare. 

E così il momento presente — silenzioso, semplice, vivo — è passato in secondo piano, come se non fosse abbastanza. 

Eppure, possiamo tornare qui. 

Possiamo ricordare che il gioco non serve a crescere, ma a essere. 

Che costruire non significa arrivare, ma stare. 

Che il valore non nasce dal risultato, ma dalla presenza con cui facciamo ciò che stiamo facendo.

Tornare bambini, qui, significa recuperare lo sguardo che non anticipa, le mani che non giudicano, il corpo che sa di essere vivo perché è presente. 

Non è un ritorno al passato, né un balzo nel futuro. 

È un atto di radicamento: essere esattamente dove siamo. 

Ogni momento può essere un mattoncino posato ora, un invito a fermarsi, osservare, sentire. 

Gli esercizi non servono a ottenere qualcosa, ma a creare spazio: spazio per stare, per ascoltare, per accorgersi di essere già qui. 

Esserci. Con ciò che sentiamo. Con ciò che c’è. 

Giocare. Costruire senza scopo

Tenere il momento tra le mani. 

Perché la vita non si realizza più avanti: si abita adesso. 

Le sessioni di coaching ti guidano a esserci davvero, con presenza.

Marina – Il Coach del Centro

Il Coaching Umanista: Scopri le Tue Potenzialità per Cambiare la Tua Vita




Ti sei mai chiesto come sarebbe la tua vita se riuscissi davvero a valorizzare i tuoi talenti, superare i blocchi e vivere secondo ciò che ti fa stare bene? Il coaching umanista nasce proprio per questo: aiutarti a ritrovare fiducia in te stesso e a far emergere le tue potenzialità, mettendo al centro la persona nella sua unicità.

A differenza di altri approcci, il coaching umanista non si limita a fornire soluzioni preconfezionate, ma ti accompagna in un percorso di scoperta personale, dove tu sei il protagonista. Attraverso l’ascolto, il dialogo e la valorizzazione delle tue risorse interiori, il coaching umanista ti permette di:

  • Ritrovare chiarezza nei momenti di confusione
  • Superare ostacoli e limiti autoimposti
  • Potenziare l’autostima e la motivazione
  • Riscoprire il senso di ciò che fai, sia nella vita personale che professionale

Ogni sessione è uno spazio protetto in cui puoi esprimerti liberamente, esplorare nuove prospettive e trovare le risposte che già esistono dentro di te. Il mio ruolo, come coach umanista, è quello di affiancarti con empatia e professionalità, aiutandoti a individuare obiettivi concreti e a trasformare i tuoi desideri in azioni.

Se senti che è arrivato il momento di investire su te stesso e vuoi sperimentare il potere trasformativo del coaching umanista, contattami per una prima sessione conoscitiva. Scopri cosa puoi diventare, partendo da chi sei davvero.

Marina – Il Coach del Centro

Per tornare al centro, senza forzature



Ci sono momenti in cui senti il bisogno di fermarti, fare chiarezza o ritrovare direzione.
Che tu stia attraversando un cambiamento o abbia degli obiettivi da raggiungere, qui trovi uno spazio di ascolto e riflessione pensato per accompagnarti con rispetto e senza giudizio.

Un allenamento alla consapevolezza che aiuta a leggere in modo nuovo ciò che stai vivendo, a riconoscere le tue potenzialità e a fare scelte più consapevoli, nel rispetto dei tuoi tempi e dei tuoi valori.

Gli incontri sono rivolti ad adulti e adolescenti che desiderano uno spazio autentico per ascoltarsi, orientarsi e ritrovare fiducia in sé.

Sono Marina. Il Coach del Centro.
Negli anni ho accompagnato persone di età ed esperienze diverse nei momenti in cui la vita chiede di fermarsi, scegliere o riorientarsi.
Il mio lavoro è creare uno spazio in cui la confusione può trasformarsi in chiarezza, i blocchi in possibilità e le scelte in atti consapevoli.
Credo nel valore dell’ascolto, della responsabilità e dell’autenticità.

Marina – Il Coach del Centro

L’I Ching come spazio riflessivo: il contributo di Carl Gustav Jung

Nel corso del XX secolo, Carl Gustav Jung ha introdotto una lettura dell’ I Ching che si discosta dall’interpretazione puramente divinator...