Nelle tue relazioni, quando il "gioco" cambia, riesci a non giudicarti ed a non giudicare?
Uno spazio di ascolto, chiarezza e orientamento personale. Un espace d’écoute, de clarté et d’orientation personnelle. -ilcoachdelcentro@gmail.com-
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E se l’altro se ne va, cosa succede?
Nelle tue relazioni, quando il "gioco" cambia, riesci a non giudicarti ed a non giudicare?
E se stessi tenendo un pezzo che non serve più a ciò che stai costruendo adesso?
Non tutto ciò che abita la tua esistenza pulsa davvero insieme a te.
Alcuni frammenti rimangono, silenziosi, semplicemente perché sono lì da tempo: abitudini, sogni ormai lontani, oggetti, relazioni che si sono fatte opache.
Li lasci dove sono, forse per paura di ciò che resta quando li lasci andare, forse perché il vuoto spaventa più della consuetudine.
Ma lasciar andare richiede il coraggio di guardarsi dentro davvero.
Notarlo, però, non è una colpa.È un gesto di profonda cura verso te stesso.
È posare lo sguardo sulle cose, sulle persone, sui pensieri e domandarsi: mi risuonano ancora dentro?
Mi accendono davvero?
Come in un gioco, scegli i pezzi senza pensarci troppo.
Non serve portare tutto con te: trattieni ciò che ti nutre adesso, ciò che ha senso nel presente.
Scegliere, nella vita, non è uno strappo, non è privarsi a forza.
È ascoltare con sincerità, sentire cosa vibra ancora, e lasciare che il resto si accomodi in disparte, fuori dal centro della scena.
Non è necessario decidere tutto subito.
Basta avere il coraggio di vedere.
Perché a volte, vedere davvero è già scegliere.
In questo momento della tua vita, cosa trattieni solo per abitudine?
E cosa, invece, ti fa sentire ancora vivo quando lo guardi davvero?
E se costruire non significasse arrivare da qualche parte?
Ogni gesto, se vissuto davvero, è già compiuto.
Può accadere che crediamo che il valore stia nel traguardo, che il fare serva a finire, che muoversi abbia senso solo se porta a una meta.
Così impariamo a costruire solo ciò che può essere concluso.
Ma nel gioco la costruzione era un’esperienza che prendeva forma mentre accadeva.
Era reale nel momento in cui si viveva, non solo quando si chiudeva.
Quando creiamo senza orientarci al risultato, l’urgenza della meta si allenta.
La mente smette di anticipare e di giudicare.
Resta il gesto.
Resta la presenza.
In quel gesto non c’è qualcosa da ottenere, ma qualcosa da abitare.
Costruire, creare, diventa un modo di essere, un atto di ascolto e di consapevolezza.
Non perché porti da qualche parte, ma perché ci riporta qui.
Nel tuo modo di costruire — progetti, relazioni, giornate — quanto spazio c’è per l’esperienza mentre accade, prima che per il risultato?
Marina - Il Coach del Centro
E se ciò che chiami errore fosse soltanto un movimento?
Esistono movimenti.
È un invito a spostarlo, a guardarlo da un’altra prospettiva, a lasciarlo lì per un attimo.
ma dal commento immediato che aggiungiamo:
— avrei dovuto,
— non doveva andare così,
— ho sbagliato.
Siamo nel suo rifiuto.
Significa non opporsi a ciò che è già accaduto.
l’energia che prima serviva a resistere
ritorna disponibile per sentire, comprendere, muoversi.
Non perché sia stata giusta,
ma perché è reale.
Dove sei quando vivi ciò che stai vivendo?
Non è concentrazione forzata, né controllo della mente.
È il momento in cui smettiamo di stare un passo fuori da ciò che accade.
Non perché produca risultati, ma perché rende l’esperienza reale.
Non si conquista con lo sforzo.
Si permette, quando smettiamo di allontanarci da ciò che stiamo vivendo.
Facciamo le cose mentre pensiamo a quelle dopo.
Siamo nel gesto, ma non siamo lì.
la vita continua a scorrere, ma senza essere pienamente abitata.
Un momento di gioco, un gesto semplice, un’azione fatta senza anticiparne il senso.
Cambia da dove lo fai.
Non cancella le responsabilità.
Non promette una vita diversa.
Fai ciò che stai facendo, interamente.
Stai seguendo istruzioni, o stai creando liberamente da dove sei adesso?
Stai seguendo istruzioni che ti hanno dato, o no?
Fare attenzione al motivo reale per cui stai facendo qualcosa significa interrompere l’automatismo.
La maggior parte delle azioni quotidiane non nasce da una scelta presente, ma da una continuità:
si fanno perché si sono sempre fatte,
perché “così si fa”,
perché funzionano,
perché tengono insieme l’immagine di chi crediamo di essere.
La domanda “Stai seguendo istruzioni, o stai creando liberamente da dove sei adesso?”
non serve a cambiare ciò che fai.
Serve a spostare il punto da cui lo fai.
A volte scopri che un gesto nasce dal bisogno di riempire, di controllare, di evitare il silenzio.
Altre volte senti che stai agendo senza istruzioni preimposte, per il semplice piacere di essere presente.
Non c’è nulla da correggere in nessuno dei due casi.
La differenza non è morale.
È percettiva.
Accorgerti del motivo reale non ti chiede di smettere.
Ti chiede di esserci mentre lo fai.
In quel momento, anche l’azione più abituale smette di essere un’istruzione eseguita
e diventa un gesto consapevole del perché esiste.
Non perché cambia la forma,
ma perché cambia la presenza.
Questo è il senso:
non scegliere diversamente,
ma sapere da dove stai scegliendo.
Quando questo accade, qualcosa si riallinea.
Non fuori.
Dentro.
E il cammino, senza che tu lo abbia deciso, ricomincia da qui.
Qui, adesso: stai eseguendo o stai creando?
Costruire l’istante — come quando eravamo bambini
C’era un tempo in cui tutto accadeva adesso.
Non costruivamo per arrivare da qualche parte, ma per il puro piacere di tenere qualcosa tra le mani.
La realtà non doveva essere migliorata né superata: la si lasciava incontrare, toccare, abitare.
Bastava un mattoncino, una scatola colorata, un oggetto qualsiasi, e il mondo prendeva forma in quell’istante stesso.
Un castello nasceva senza progetto, una nave esisteva semplicemente perché era lì, una creatura appariva perché le nostre mani la stavano creando.
Non c’era attesa, non c’era dopo. Solo il gesto, il respiro, la presenza.
Non ci fermavamo a chiederci se fosse giusto o sbagliato.
Non cercavamo conferme, non anticipavamo il giudizio.
Se le costruzioni cadevano, restavano comunque parte del momento.
Se i colori stonavano, erano solo quelli che c’erano.
Non esisteva l’errore, perché nulla doveva dimostrare qualcosa.
In quel gioco eravamo presenti, interamente lì, senza distanza da noi stessi.
Poi, abbiamo iniziato a vivere altrove: nel prima o nel dopo, nel “dovrei” o nel “sarò”.
Abbiamo imparato a pensare più di quanto sentissimo, a misurare più di quanto abitassimo.
La vita è diventata qualcosa da gestire, non da incontrare.
E così il momento presente — silenzioso, semplice, vivo — è passato in secondo piano, come se non fosse abbastanza.
Eppure, possiamo tornare qui.
Possiamo ricordare che il gioco non serve a crescere, ma a essere.
Che costruire non significa arrivare, ma stare.
Che il valore non nasce dal risultato, ma dalla presenza con cui facciamo ciò che stiamo facendo.
Tornare bambini, qui, significa recuperare lo sguardo che non anticipa, le mani che non giudicano, il corpo che sa di essere vivo perché è presente.
Non è un ritorno al passato, né un balzo nel futuro.
È un atto di radicamento: essere esattamente dove siamo.
Ogni momento può essere un mattoncino posato ora, un invito a fermarsi, osservare, sentire.
Gli esercizi non servono a ottenere qualcosa, ma a creare spazio: spazio per stare, per ascoltare, per accorgersi di essere già qui.
Esserci. Con ciò che sentiamo. Con ciò che c’è.
Giocare. Costruire senza scopo.
Tenere il momento tra le mani.
Perché la vita non si realizza più avanti: si abita adesso.
Le sessioni di coaching ti guidano a esserci davvero, con presenza.
Marina – Il Coach del Centro
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Marina – Il Coach del Centro
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Sono Marina. Il Coach del Centro.
Negli anni ho accompagnato persone di età ed esperienze diverse nei momenti
in cui la vita chiede di fermarsi, scegliere o riorientarsi.
Il mio lavoro è creare uno spazio in cui la confusione può trasformarsi in chiarezza,
i blocchi in possibilità e le scelte in atti consapevoli.
Credo nel valore dell’ascolto, della responsabilità e dell’autenticità.
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