C’era un tempo in cui tutto accadeva adesso.
Non costruivamo per arrivare da qualche parte, ma per il puro piacere di tenere qualcosa tra le mani.
La realtà non doveva essere migliorata né superata: la si lasciava incontrare, toccare, abitare.
Bastava un mattoncino, una scatola colorata, un oggetto qualsiasi, e il mondo prendeva forma in quell’istante stesso.
Un castello nasceva senza progetto, una nave esisteva semplicemente perché era lì, una creatura appariva perché le nostre mani la stavano creando.
Non c’era attesa, non c’era dopo. Solo il gesto, il respiro, la presenza.
Non ci fermavamo a chiederci se fosse giusto o sbagliato.
Non cercavamo conferme, non anticipavamo il giudizio.
Se le costruzioni cadevano, restavano comunque parte del momento.
Se i colori stonavano, erano solo quelli che c’erano.
Non esisteva l’errore, perché nulla doveva dimostrare qualcosa.
In quel gioco eravamo presenti, interamente lì, senza distanza da noi stessi.
Poi, abbiamo iniziato a vivere altrove: nel prima o nel dopo, nel “dovrei” o nel “sarò”.
Abbiamo imparato a pensare più di quanto sentissimo, a misurare più di quanto abitassimo.
La vita è diventata qualcosa da gestire, non da incontrare.
E così il momento presente — silenzioso, semplice, vivo — è passato in secondo piano, come se non fosse abbastanza.
Eppure, possiamo tornare qui.
Possiamo ricordare che il gioco non serve a crescere, ma a essere.
Che costruire non significa arrivare, ma stare.
Che il valore non nasce dal risultato, ma dalla presenza con cui facciamo ciò che stiamo facendo.
Tornare bambini, qui, significa recuperare lo sguardo che non anticipa, le mani che non giudicano, il corpo che sa di essere vivo perché è presente.
Non è un ritorno al passato, né un balzo nel futuro.
È un atto di radicamento: essere esattamente dove siamo.
Ogni momento può essere un mattoncino posato ora, un invito a fermarsi, osservare, sentire.
Gli esercizi non servono a ottenere qualcosa, ma a creare spazio: spazio per stare, per ascoltare, per accorgersi di essere già qui.
Esserci. Con ciò che sentiamo. Con ciò che c’è.
Giocare. Costruire senza scopo.
Tenere il momento tra le mani.
Perché la vita non si realizza più avanti: si abita adesso.
Le sessioni di coaching ti guidano a esserci davvero, con presenza.
Marina – Il Coach del Centro

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