Nel gioco dei bambini, l’altro non è un problema da gestire.
Non è qualcuno da capire, convincere o migliorare.
È semplicemente lì: una presenza viva accanto a sé.
Il bambino non si chiede chi è rispetto all’altro.
Gioca con l’altro, non in funzione dell’altro.
Se l’altro cambia idea, il gioco cambia.
Se l’altro se ne va, il gioco si ferma o si trasforma.
C’è realtà.
E, cosa fondamentale, non c’è giudizio su di sé se il gioco cambia.
Non si sente in difetto né giudicato perché qualcosa prende una nuova direzione.
L’esperienza viene vissuta così com’è.
In questo senso, l’altro è uno specchio naturale.
Non perché giudichi, ma perché rende visibile ciò che accade.
Il bambino non usa l’altro per definirsi.
Non lo usa per sentirsi giusto o sbagliato.
Lo incontra.
Vive l’esperienza dell’incontro, senza strategie.
Nelle relazioni adulte, invece, spesso l’altro diventa qualcuno da interpretare, trattenere, convincere.
E quasi sempre arriva anche il giudizio su noi stessi.
Tornare a giocare insieme non significa essere infantili.
Significa recuperare una relazione in cui l’altro non è un ostacolo, non è uno specchio morale, non è un progetto da aggiustare.
È una presenza viva, come te.
E quando l’altro può essere semplicemente lì, anche tu puoi esserlo.
E puoi lasciare andare il giudizio su di te, qualunque direzione prenda il gioco.
Nelle tue relazioni, quando il "gioco" cambia, riesci a non giudicarti ed a non giudicare?

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