Viviamo immersi negli stimoli.
Notifiche, richieste, aspettative, urgenze.
Il mondo ci chiama continuamente a fare, rispondere, produrre, reagire.
E spesso diventiamo molto bravi in questo.
Bravi a muoverci.
Bravi a reggere.
Bravi a fare ciò che va fatto.
Ma c’è una domanda che rimane sullo sfondo, quasi scomoda:
Chi sei, mentre fai tutto questo?
Non cosa fai.
Non quanto rendi.
Non quanto sei efficace.
Chi sei tu, sotto l’attività continua.
Il fare come rifugio ?
Per molti, il fare non è solo un’abitudine.
È una forma di protezione.
Finché fai, non senti.
Finché sei occupato, non ascolti.
Finché reagisci agli stimoli esterni, non devi fermarti a guardarti.
Il problema non è l’azione.
È quando l’azione diventa l’unico modo per esistere.
Troppi stimoli, poco contatto?
Quando tutto arriva da fuori, il contatto con dentro si assottiglia.
Le decisioni diventano reazioni.
I desideri si confondono con le aspettative.
La direzione si perde nella velocità.
Non perché manchi qualcosa.
Ma perché non c’è spazio.
Chi sei quando non rispondi a nessuno stimolo esterno?
Se vuoi, da qui, possiamo parlarne.

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